CRATAEGUS MONOGYNA Jacq. (Biancospino)

BIANCOSPINO (Crataegus monogyna Jacq. – Rosaceae)

Pianta che può crescere ad arbusto o come piccolo albero ma molto ramificato; i rami giovani sono dotati di spine che si sviluppano alla base dei rametti brevi. I suoi fiori e i rametti  hanno ispirato Giovanni Pascoli nella poesia Valentino del 1903 (“come le brocche del biancospino”). Usato anche da Guglielmo d’Aquitania in “come il ramo del biancospino”. Citato da Fabrizio De André nella canzone “Inverno”: “L’amore ancora ci passerà vicino/ nella stagione del biancospino”.

E’ splendido aggirarsi per i nostri boschi pedemontani in questa stagione di inizio primavera e gustare, tra le tantissime altre, anche la fioritura del Biancospino, questo arbusto altro fino a 4-6 metri che t’inonda di luce verde e bianca nel sottobosco luminoso ed ai margini delle radure e sulle sommità collinari. Una magia che si ripete ad ogni escursione e che ti prende il cuore e te lo eleva in alto, fino alle sorgenti dell’anima… Amo molto questa pianta che era una volta ricercata specie dai contadini che la usavano come portainnesto per il Nespolo germanico o Nespolo invernale e, dove conosciuto, anche per l’Azzeruolo in ogni sua varietà. Le sue foglie ed i suoi fiori, essiccati all’ombra ed in un luogo ventilato e riposti via in sacchetti di tela o di Juta, coadiuvano una azione vaso-coronaria-dilatatrice e quindi vanno bene per coadiuvare una azione ipotensiva, se non prendete betabloccanti per abbassare la pressione (nel qual caso il referente è solo il medico anche solo per aggiungere ai farmaci una tisana di Biancospino) prese in tisane quindi o in gocce o in pastiglia  anche insieme a Vischio, Aglio o altre piante.

In Europa i semi tostati del frutto in Europa venivano usati come succedanei del caffè e dell’orzo. La farina della polpa dei frutti veniva mescolata alla farina per fare il pane. Sempre la polpa per realizzare marmellate, confetture, succhi.

Le foglie ed i fiori per bagni e cosmetici vari. Questi frutti sono stati sempre usati dall’uomo come alimento, quando una volta ancora conservava un notevole istinto e quindi capiva, anche attento osservatore del comportamento degli animali che se ne nutrivano, specie gli uccelli, il potere nutritivo e/o curativo delle piante. Ma non più oggi. I Romani dedicarono il Biancospino a Maia, dea del mese di Maggio e della castità. Tantissime tradizioni e riti avevano nell’antichità come protagonista questo splendido arbusto: nei matrimoni costituivano ornamento delle damigelle; ma in altri casi, forse perché pianta bella ma con pungenti spine, venivano associate non solo alla solarità, alla speranza, ma anche erano presagio di morte.

La pietà popolare poi, come avvenuto per tante altre piante con spine, associava appunto questo arbusto alla corona di spine di Gesù Cristo ed anche per questo in alcuni casi era considerato simbolo di sangue, di sofferenza, di ingiustizia, di morte. Siccome i fiori di Biancospino vengono impollinati da insetti che solitamente si nutrono di animali morti, essi, se ci fate caso, emanano un odore sgradevole di carne in putrefazione appunto per attirare gli insetti impollinatori e questo sgradito olezzo in tanti casi la pianta ha, anche probabilmente nella dottrina “delle Signature”, contribuito a dare una parvenza di mistero, negatività, di paura, di morte appunto, a chi si avvicinava ad essa. In Francia, dopo la rivoluzione francese, vene elevato a simbolo della libertà e per questo ne furono messi a dimora decine di migliaia di esemplari.

La sua attuale diffusione è soggetta a restrizioni: in alcune regioni del nord Italia, è stata vietata la commercializzazione e messa a dimora di nuove piante di Biancospino, poiché è ritenuto un vettore di diffusione del batterio Erwinia amylovora che è responsabile di una malattia che colpisce soprattutto i frutteti conosciuta col nome di “Colpo di fuoco batterico”.

BIBLIOGRAFIA: Diacono Bruno Martino, naturalista.

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